Cliche Verre

Cliche Verre

Cliche Verre, una parola greca che letteralmente vuol dire “immagine di vetro” è una tecnica fotografica in cui il fotografo incide un’immagine su un pezzo di vetro affumicato sopra la fiamma di una candela. Dopo che il fotografo aveva finito di disegnare l’immagine vi applicava sopra un pezzo di carte fotosensibile e la lasciava sotto i raggi del sole, per permettere all’immagine di passare dal vetro alla carta. Utilizzando lo stesso pezzo di vetro potevano essere realizzate numerose “stampe”. In corrispondenza dei punto in cui vetro non veniva inciso la carta, in quanto fotosensibile, sarebbe diventata più scura per via della luce di intensità maggiore che l’avrebbe colpita.

Durante la metà del Diciannovesitmo decolo, il pittore di paesaggi francese Jean-Baptiste Camille Corot trasformò il Cliche Verre in una curiosa e popolarissima combinazione tra arte figurativa e fotografia.

Il Cliche Verre fu una delle più antiche maniere di riprodurre immagini prima dell’avvento delle vere e proprie macchine fotografiche. Come precursore della fotografia, questo metodo riproduceva l’immagine originale ma senza le variazioni di colore e di tonalità che sono possibili nella moderna fotografia.

1 commento

  • Mi permetto di precisare che “cliché verre” (termini francesi, non greci) significa “cliché (in) vetro” , cioè cliché realizzato utilizzando una lastra di vetro al posto di una lastra di metallo in vario modo incisa in modo da trattenere inchiostro nelle incisioni o recante rilievi atti a trasferire inchiostro su carta da stampa. Questa tecnica, molto mata da Corot, assomiglia a quella dell’acqua forte, nel senso che dal vetro si rimuove, incidendolo, con una punta, il sottile strato di inchiostro o vernice fortemente opaco alla luce in precedenza disteso e fissato sulla lastra. Per trasparenza, appoggiando la lastra su un fondo ad adeguato contrasto si può controllare l’esecuzione del disegno. Terminata l’incisione si usa la lastra come fosse un negativo di stampa e, per semplice sovrapposizione su carta sensibile, illuminandola con l’adatta intensità di luce si ottiene il positivo che verrà poi immesso nel bagno di sviluppo. Si possono così ottenere moltissime copie (fotografiche) del disegno, pur senza disporre di un sistema chimico di incisione come quello richiesto dall’acqua forte e, soprattutto, senza aver bisogno di un torchio da stampa: E’ una tecnica che richiede solo carta fotosensibile ed una camera di svilluppo. Ovviamente la luce attraversa la lastra solo ove essa è stata privata del rivestimento e va a sensibilizzare la carta fotosensibile sottostante solo in corrispondenza delle incisioni che, una volta eseguito lo sviluppo, risulteranno come segni neri su fondo bianco ( Il fondo bianco corrisponde alla parte della carta fotosensibile sulla quale non è arrivata la luce). Esiste una variazione del “cliché verre” che prevede la realizzazione di un disegno con l’impiego di vernici colorate, deposte in strati di spessore variabile, su lastra di vetro. Esponendo la lastra su carta fotosensibile (stavolta adatta a stampe colorate) si possono realizzare copie a colori del disegno. L’intensità e la resa cromatica, in questo caso, dipendono anche dallo spessore dei diversi strati di uno stesso colore. Del resto anche le stampe ottenute convenzionalmente dalle acqueforti o dalle “punta secca” venivano di frequente colorate con tempere o acquarelli.

    carlo gronchi

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