Intervista al fotografo Lorenzo Cicconi Massi

Intervista al fotografo Lorenzo Cicconi Massi

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La fotografia secondo Lorenzo Cicconi Massi

D. Quando e come ha scoperto la fotografia?

R. Uno dei miei più cari amici lavorava nella bottega di fotografia di famiglia ed io stavo sempre lì dentro a inventarmi qualcosa da fare.

D. Ci racconti il suo primo approccio a quest’arte:

R. E’ avvenuto nell’agosto del 1987, quando proiettai il primo rullo di diapositive. Così, tanto per provare il piacere di rivederle proiettate sul muro.

D. Ricorda la sua prima foto?

R. Sì. Da bambino, con una macchinetta da due lire, mi sono steso per terra e ho fotografato casa mia fra i fili d’erba.

D. Qual è stato il suo percorso di crescita e apprendimento dell’arte fotografica?

R. E’ stato un percorso totalmente da autodidatta. Prove su prove in camera oscura alla fine degli anni ’80, grazie ai consigli del papà del mio amico Amleto, Edmo Leopoldi, già stampatore di alcuni lavori di Mario Giacomelli.

D. E quali le sue tappe più significative?

R. La vittoria al concorso Canon, la chiamata di Contrasto, ma prima di tutto gli applausi del critico francese ad Arles, la spinta per terminare il mio lavoro sul gioco dei bambini e presentarlo appunto al premio Canon.

D. Cosa rappresenta per lei la fotografia in termini emotivi?

R. La fotografia si pensa, si cerca, si esegue, si sviluppa e si stampa. Tutto questo fa parte della mia esistenza, del corso delle mie giornate, ormai da anni.

D. E pratici?

R. Mi mette davanti a nuove esperienze, alla possibilità di viaggiare, di conoscere.

D. Fotografa per lavoro o per diletto?

R. Per esigenza, divenuta lavoro per caso, fatto sempre per diletto. Un cerchio che si chiude.

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Maestri e grandi fotografi

D. C’è stato un incontro con qualcuno che si rivelato importante per la sua crescita?

R. I libri. Le mostre. I miei amici che scattavano le prime foto e con cui facevo lunghe discussioni tecniche e di linguaggio.

D. Ha avuto un vero e proprio “maestro”?

R. Credo di no. Certamente per chi come me vive da sempre a Senigallia, Mario Giacomelli ha lasciato un segno forte dentro coloro che lo hanno amato.

D. Per lo stile, ha fatto riferimento a quale grande fotografo mondiale?

R. Per l’appunto Giacomelli. I suoi contrasti fra i neri e i bianchi delle stampe, fra i suoi giubbetti scuri e i capelli vaporosi e grigi, appartengono al mio vissuto di bambino che lo guardava con curiosità, di adolescente che cominciava a capirlo, di adulto che ci scambiava qualche idea.

D. Chi sono i “grandi” di ogni epoca che ammira di più?

R. Weston, Salgado, anche il giapponese Shinoyama e Ralph Gibson. Ma non sono gli unici.

D. Il preferito in assoluto?

R. Cambia sempre, a seconda del mio stato d’animo e dei percorsi che sto facendo.

Scatti

D. Cosa le piace fotografare?

R. Tutto quello che è illuminato da una buona luce.

D. Qual è il suo soggetto preferito?

R. Credo la figura umana. Spesso i bambini.

D. E il genere?

R. Non saprei, è difficile per me chiudermi in un genere.

D. Ci racconti il suo concetto di inquadratura:

R. Inquadrare è sempre un’esperienza ed un gioco che si rinnova. Togliere gli elementi di disturbo, esasperare un taglio, scegliere. Ecco, direi che scegliere, è l’azione che faccio più volentieri.

D. Che tipo di luci preferisce?

R. Quella dei 30 minuti prima del tramonto. Sempre e assolutamente.

D. Quale nuovo genere di fotografia vorrebbe esplorare?

R. Non ne sarei capace, ma per una volta, solo per una credo, mi piacerebbe fare anche del reportage vero, in mezzo ad un conflitto.

D. Usa tecniche fotografiche speciali, come il macro?

R. No.

D. Usa il bianco/nero con il digitale? Se sì, ci parli di questa tecnica e di come la interpreta.

R. Cerco di interpretarla esattamente come faccio in camera oscura, ma il sapore non è lo stesso e le emozioni che si provano non sono nemmeno paragonabili. Devo dire però che i risultati nella stampa possono essere molto buoni.

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Fotoritocco

D. La sua opinione sul fotoritocco:

R. Un’invenzione da usare con intelligenza. E quindi con gusto e moderazione.

D. Quali sono, secondo lei, i limiti etici al fotoritocco?

R. Evidenti. Se si muta la realtà e la si dichiara vera, l’inganno è servito.

D. E’ lecito intervenire per migliorare luci e toni di una foto?

R. Certamente sì.

D. E per rimuovere elementi di disturbo?

R. Anche. Nella mia fotografia credo di poterlo fare. Chi fa reportage deve stare lontano da questa diabolica tentazione.

D. E aggiungere elementi, cieli oppure oggetti?

R. Dipende da quello che si fa e da quello che rappresenta la propria fotografia.

D. Che software usa per il fotoritocco?

R. Photoshop.

D. Che tipo di interventi fa di solito?

R. Quelli della camera oscura. Toni, tagli di inquadratura.

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RAW, JPG e TIF

D. In che formato scatta di solito?

R. Raw oppure pellicola, ma sempre meno ultimamente.

D. Se scatta in RAW, che software usa per aprirle i file?

R. Camera raw.

D. Ha mai provato con LightRoom?

R. No, mai provato. Ma credo che uno valga come l’altro. Mi interessano relativamente i discorsi tecnici e solo se sono di supporto alle idee.

Informazione

D. Legge riviste di fotografia?

R. Quando capita, ma mai con costanza.

D. Consulta siti web di fotografia?

R. Raramente.

D. Ne consulta alcuni in maniera abituale, considerandoli un punto di riferimento?

R. Contrasto e naturalmente quello di Magnum.

D. Quali sono quelli che consulta e cosa le offrono?

R. Ne guardo diversi e non smetto mai di imparare.

D. Partecipa a workshop o seminari?

R. Ne ho tenuti alcuni, ma mai come auditore.

D. Cosa pensa dei workshop?

R. Penso che conti molto la voglia di capire e di ascoltare del pubblico che vi partecipa. Tutto potenzialmente è molto utile, ma non sempre si ottengono i risultati sperati.

D. Fa parte di un circolo fotografico?

R. No, mai stato.

D. E di una associazione del settore?

R. Nemmeno.

D. Va a fiere e saloni di fotografia?

R. Mi è capitato raramente.

D. Cosa ne pensa, li trova utili?

R. Tutto è utile. Tutto serve.

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Mostre

D. Visita mostre di fotografia?

R. A volte, ma vorrei farlo più spesso.

D. Quali sono quelle che ha apprezzato di più in assoluto?

R. Giacomelli al Palazzo delle Esposizioni.

D. Qual è stata l’ultima visitata?

R. A Spalato, una sorta di world press photo, in versione Croata. Interessante.

D. La mostra che vorrebbe vedere?

R. Tante ne vorrei vedere. In primis quelle dei fotografi che ho citato sopra.

D. Ha realizzato sue mostre fotografiche? Se sì, dove e quando?

R. Fortunatamente ne ho realizzate un po’. A Verona scavi scaligeri, Treffpunkt Galerie di Stoccarda e allo Stadthaus di Ulm, collettiva Eurogeneration a Palazzo Reale di Milano nel giugno 2004. A Forma Milano, Pechino, Museo di Trastevere Roma, collettiva “Beijing in and out” alla Triennale Bovisa di Milano, e a Modena nell’agosto 2008.

A Salerno galleria fuorifuoco, Senigallia Palazzo del Duca, ultimamente a Berlino, Spalato, Bertinoro e Sassoferrato fra poco.

D. Ci racconti la più emozionante tra queste esperienze.

R. Forse quella a Palazzo Reale a Milano. Era la prima importante, in un luogo prestigioso. Vennero anche i miei genitori da Senigallia.

Attrezzature

D. Attualmente, quali fotocamere usa?

R. Canon 7d

D. E quali obiettivi?

R. 24-105, 70-200.

D. L’obiettivo che usa più spesso?

R. Uso più spesso il 50 carl zeiss con anello adattatore.

D. Quali flash?

R. Quello incorporato nella macchina.

D. Quali cavalletti e teste?

R. Nessuno.

D. Quali altri attrezzature o accessori usa?

R. Nessun’altra.

D. Utilizza filtri? Se sì, quali?

R. Il giallo con il bianco e nero pellicola.

D. Qual è stata la sua prima macchina?

R. Una Yashica fx3 super 2000.

D. Come si è evoluta nel tempo la sua attrezzatura?

R. Ho aggiunto la Yashica mat 124 6×6, poi la Pentax 6×7. Poco altro.

D. Ha mai fatto un cambio integrale di marca? Se sì, perché?

R. Mi interessano poco le marche, mi può interessare la resa di uno sfocato di un obbiettivo, perché può aiutarmi a raggiungere la mia idea.

D. Dove acquista di solito le attrezzature? Fa spese online?

R. Raramente. Una volta mi hanno anche truffato. Ho vinto il premio idiota dell’anno.

Nostalgia della pellicola

D. Lavora ancora in pellicola?

R. Raramente.

D. Con quali corpi macchina?

R. Yashica mat 124g. Era di mio padre. Oppure Pentax 6×7.

D. Quali pellicole usa?

R. Ilford 6×6.

D. Per quali applicazione?

R. Per fare i miei lavori.

PRO – In studio

D. Come è fatto il suo studio fotografico?

R. Sono colline, campi e mare intorno a casa mia. Non ho nulla di più.

D. Dove si trova?

R. Nelle Marche.

D. Quali sono le attrezzature specifiche da studio?

R. Non saprei. Per me una vecchia stanza e l’ingranditore sono il massimo che ho avuto.

D. Che genere di fotografia vi realizza?

R. Stampe alla gelatina d’argento, su carta baritata.

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Info

Commento alle foto allegate

Non metto un commento specifico alle foto, ma quello che ho scritto un po’ di tempo fa sulla mia fotografia.

Dal dormiveglia delle sei del mattino, alla mia auto che mi fa sobbalzare lungo il crinale di una collina: questo è il mio percorso, il pensiero che nasce e che si affanna a cercare un luogo.

Il mezzo è la vecchia Yashica con cui mio padre mi fotografava, la ricerca è quasi sempre intorno a casa, la resa dei conti davanti all’ingranditore. Senza aver paura di esagerare posso dire che un’immagine è buona solo quando, mentre l’acido la svela, il cuore accelera i suoi battiti.

La fotografia che vorrei sempre è quella che avviene giocando, quando non mi prendo troppo sul serio, lontana da responsabilità e committenze. Quando nella mia testa riesco a sentire musica insieme al rumore del vento e l’emozione supera la testimonianza.

Io non ho uno studio dove medito, il mio luogo è fuori, per la strada o, meglio ancora, in campagna.

Cerco il mio rifugio, il luogo ideale, l’essenzialità del pensiero; devo sottrarre: tolgo le forme che non mi piacciono, tolgo gli oggetti insignificanti, mi allontano dal tempo presente. Vedo in bianco e nero e muovo lo scatto. Qualcosa succederà di sicuro.

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