Intervista al fotografo Paolo Dell’Elce

Intervista al fotografo Paolo Dell’Elce

fotografo Paolo Dell'Elce

La fotografia secondo Paolo Dell’Elce

D. Quando e come ha scoperto la fotografia?

R. L’epifania della luce, la sua scoperta quando ero molto piccolo e la profonda emozione che ne ebbi è stata la ragione per cui mi incuriosii della fotografia già a tre anni. Ci sono stati vari episodi, diciamo pure dei segni, che in qualche modo hanno rivelato quello che si potrebbe definire un destino, qualcuno appartiene alla mia memoria personale, altri mi sono stati raccontati da mia madre. La prima esperienza della luce, fu intorno ai tre anni, la ricordo come un’esperienza mistica ed è legata ad un luogo affettivo per me molto importante:

“La casa di Flora era proprio un labirinto, aveva decine di stanzoni e stanzini e si alzava, credo, su tre piani. Non l’ho mai visitata tutta, ricordo bene la grande cucina al pianoterra e il camino e, all’ultimo piano, una stanza da letto con le reti e i materassi ripiegati dove dormivamo quando andavamo a Montenero. Una parte della casa, la parte più alta era ancora in costruzione e le scale non avevano le protezioni laterali e quando mi arrampicavo su, mi sembrava di avvitarmi in una spirale che arrivava fino al cielo. Ero ancora molto piccolo e non capivo il pericolo, sentivo la voce della mamma che mi chiamava allarmata e poi le braccia di qualcuno che mi sollevavano nell’aria, dando uno sfogo gioioso a quella salita faticosa. Una mattina mi svegliai nella stanza coi materassi e non trovai la mamma accanto a me. La stanza aveva le pareti bianche e vuote ed era inondata dalla luce che proveniva dalle scale. Un richiamo profondo, irresistibile. Ho cominciato a camminare lentamente verso la porta, verso la luce. Sul pianerottolo non percepivo più lo spazio, ma soltanto la luce. Cominciai a scendere quelle scale pericolose avvolto nel biancore luminoso che ormai proveniva da tutte le parti, sostenuto dalla luce mi sembrava di galleggiare nel vuoto. La luce, splendente, assoluta mi accoglieva nel suo abbraccio protettivo e mi depositava, leggero, davanti agli occhi esterrefatti della mamma e di Flora che prendevano il caffè nella grande cucina al piano terra.”

Una sensazione che non potrò mai dimenticare e che mi segnò profondamente, ancora adesso mi è di conforto nei momenti bui. Qualche tempo dopo ci fu un altro episodio molto particolare: eravamo a Genova e durante una passeggiata a Nervi mi fermai ipnotizzato davanti la vetrina di un fotografo, c’era una piccola macchina fotografica, una 35mm di quelle che si diceva usassero gli agenti segreti, non riuscivo a staccare gli occhi da quell’oggetto e ad un certo punto mi incapricciai per averla, mia mamma cercava di tirarmi via, ma io piangevo ed urlavo, perchè volevo quella macchina fotografica, peraltro piuttosto costosa.

Non c’era verso, gridavo e scalciavo per terra come uno scarafaggio rovesciato, volevo a tutti i costi quella macchina fotografica tanto che, mia mamma, appassionata di fotografia, si risolse a comprarla…Una volta arrivati a casa seduto sul balcone, continuavo a fissare il misterioso occhio di vetro di quello strano oggetto e non so perché improvvisamente ebbi un violento impulso e lo scagliai di sotto, sulla strada…non durò nemmeno un’ora!

Mia madre, come ho detto, era appassionata di fotografia, aveva un’Agfa di buona qualità, ma soprattutto aveva una cinepresa Bolex 8mm con la quale ha documentato tutta la mia infanzia. Il sabato pomeriggio andavamo alla pineta o sul molo a fare le foto e poi le sviluppavamo da amici fotografi, ricordo l’odore di iposolfito di sodio e gli studi fotografici con le lampade e le grandi apparecchiature fotografiche che avevano su di me un fascino irresistibile.

La fotografia è stata il mio pane, passavo le giornate a guardare le piccole stampe che facevamo e quando andavamo dal fotografo a riprendere i rullini sviluppati era sempre un’emozione fortissima, non mi stancavo mai di scrutare attraverso i negativi ed ero affascinato dall’immagine invertita. Ho sempre avuto con la fotografia un rapporto fisico, sensuale. Mi affascinava la sua materia, così precaria e profonda…l’estrema profondità di quella piccola superficie disegnata dalla luce che assorbiva e rifletteva il tempo e il suo mistero.

D. Ci racconti il suo primo approccio a quest’arte:

R. Un giorno, avevo circa 8 anni, in una cartoleria trovai per caso una “scatoletta” per fare fotografie, costava poche lire, era dotata di una pellicola in bianco e nero da dodici pose, la comprai e andai di corsa sotto la pineta a fotografare gli alberi, finii il rullino in un lampo e subito lo riportai in cartoleria per lo sviluppo. Le foto tornarono dopo diversi mesi non si sa da dove, dodici stampine slavate che ricordo ancora adesso come un sogno, erano sinopie di alberi, ma in seguito ho capito quanto quelle evanescenti impronte di luce sulla carta hanno contribuito a formare la mia sensibilità estetica.

Avevo capito che la fotografia era qualcosa di molto importante e dopo le scuole medie cercai un lavoro pomeridiano in uno studio fotografico come apprendista, imparando a sviluppare e stampare. Intorno ai sedici anni cominciai il mio viaggio conoscitivo, con estrema consapevolezza delle peculiarità artistiche del linguaggio della fotografia. Mi interessava il suo linguaggio specifico in quanto ero convinto che si potesse “fare arte” con la fotografia.

D. Ricorda la sua prima foto?

R. La prima foto da “fotografo consapevole” scattata a metà degli anni ‘70, è stata una fotografia del mare. A Natale mia madre, che vedeva crescere la mia passione per la fotografia, mi regalò una Canon Ftb e subito andai a fotografare il mare in burrasca. Quando conobbi Mario Giacomelli, lui mi raccontò che aveva fatto la stessa cosa e ovviamente ne fui molto contento.

D. Qual è stato il suo percorso di crescita e apprendimento dell’arte fotografica?

R. Come ho già accennato, la Fotografia ha segnato la mia vita dai primissimi momenti, c’è stato un momento preciso però in cui ho realizzato che questo mezzo fosse congeniale per conoscermi ed esprimermi. Avevo allora sedici anni, frequentavo il liceo artistico e decisi che avrei fatto di questa mia passione la mia attività. In quel periodo mi confrontavo con un artista che ho sempre apprezzato per la sua intelligenza, Franco Summa, che incoraggiò moltissimo il mio lavoro fotografico. Appartengo alla generazione fotografica degli anni Settanta; i temi dell’epoca erano quelli che oggi in qualche modo si ritrovano in tantissimi giovani fotografi che magari, credendo di fare cose nuove, ripercorrono la stessa strada: il paesaggio urbano, il Genius Loci, la metafisica del quotidiano, ecc. C’era il pericolo di rimanere intrappolato in questi cliché e allora capii che dovevo cercare un’alternativa in me stesso, nel mio mondo percettivo e relazionale, ignorando per moltissimo tempo il lavoro degli altri. Avevo la necessità di cercare un mio linguaggio personale, a costo di rifondare il linguaggio stesso della fotografia. Capii che la mia fotografia nasceva da quel lontano incontro con la luce, aveva una ragione nella pura qualità della luce, prima che la rappresentazione di un oggetto, doveva essere per me un’emanazione della luce, un suo dono. Capii allora che dovevo dispormi nella condizione di poter ricevere questo dono e cominciai a fare il vuoto dentro e intorno a me per fare spazio alla luce. Cercavo così di creare in me stesso un luogo, una sorta di camera chiara, una stanza dei giochi, dove custodivo questi oggetti nati dalla luce: le fotografie. Ora per rendere più comprensibili questi concetti bisognerebbe toccare con le mani una fotografia, una stampa all’argento, magari piccolina e sentire sinesteticamente la bellezza della materia luminosa che si è depositata su quella superficie, come una nevicata…

D. E quali le sue tappe più significative?

R. Dalla fotografia ho avuto tantissimo, nel senso che ho avuto prima di tutto la percezione di me stesso in relazione alla realtà, alla vita, alle cose del mondo, all’umanità. Come ho detto prima, la fotografia è stato un dono di luce, il resto ha poca importanza, non hanno nessuna importanza i riconoscimenti, le mostre e quant’altro attiene alla sfera del “successo”. Ciò che è stato importante attiene per me esclusivamente alla dimensione umana, gli incontri che ho avuto, da uomo ad albero, da uomo a uomo, con le cose, con la gente, con le persone, con l’essere umano “mon semblable mon frerè”. Ho cercato la mia umanità dapprima in ciò che era più diverso da me e per questo, per molto tempo, ho fotografato alberi e fili d’erba, cercando le essenze e le manifestazioni di un mondo senza l’uomo, un mondo primigenio, dove potevo sentire la Physis, l’energia nascente della natura e principio generativo della realtà biologica. Alla fine di questo lungo percorso ho incontrato l’uomo, i volti, gli sguardi e ho sentito che abbiamo lo stesso destino degli alberi e dei fili d’erba, che siamo la stessa cosa. La fotografia mi ha dato la possibilità di identificarmi nelle cose e nelle persone, di sentire e compatire, di soffrire e gioire, di amare.

D. Cosa rappresenta per lei la fotografia in termini emotivi?

R. La pratica della Fotografia ha amplificato la mia sensibilità e di conseguenza la mia sfera emotiva, mi ha schiuso le porte della memoria del mondo, oltre che di quella mia individuale. Mi ha arricchito dal punto di vista dell’empatia con il mondo, come ho detto all’inizio, è stata ed è ancora un’esperienza mistica, quasi una “gestazione” della Meraviglia, riprendo questo concetto dal poeta Andrea Ponso. La fotografia come amo ripetere è assimilabile alla nascita, è il venire alla luce con la luce, è un’iniziazione che racchiude tutto il mistero del visibile e dell’invisibile, della vita e della morte. Compresenza di vita e morte. In una piccola stampa fotografica collassano tutte le nostre certezze, si arresta il tempo nella sua fluidità cronologica e si rivela il Tempo, come astanza, Kairos, entità immanente e misteriosa, astorica nel suo presente durativo. Nella fotografia si palesa il Tempo come dimensione del vissuto umano, una pura qualità della vita.

D. E pratici?

R. La fotografia è anche prassi, voglio intendere in questo modo la domanda, per me è stata ed è ancora una pratica quotidiana, imprescindibile, è stata la mia professione per più di trent’anni, in questo senso mi ha dato da vivere. Per molti anni ho trascurato la mia attività artistica personale per dare vita a numerosi progetti collettivi e alla direzione artistica di un museo. In questi ultimi due anni sto cercando di recuperare un po’ il tempo perduto, stabilendo i contatti con i galleristi che apprezzano la mia ricerca estetica e i collezionisti che non mi hanno mai dimenticato.

D. Fotografa per lavoro o per diletto?

R. Non ho mai fotografato per diletto, non è mai stato un “piacere” fine a se stesso, ma lo ritengo piuttosto un dovere a cui sono stato chiamato. Una scelta etica. Per me è stata la necessità di una “militanza culturale”, come l’ha definita l’amico fotografo Giovanni Tavano, che mi ha portato dapprima ad approfondire la conoscenza della Filosofia, dell’Estetica, della Linguistica, dell’Ermeneutica, in relazione al mezzo che avevo scelto per esprimermi, per poi cercare di diffondere quelle che sono state le mie intuizioni e visioni. Ho cercato di costruire prima e divulgare in seguito quella che una volta si definiva una weltanshauung.

fotografo Paolo Dell'Elce

Maestri e grandi fotografi per Paolo Dell’Elce

D. C’è stato un incontro con qualcuno che si rivelato importante per la sua crescita?

R. Una persona fondamentale nella mia vita è stata la poetessa e storica dell’arte Rita Ciprelli, scomparsa nel 1997. Rita Ciprelli, che ho conosciuto nel 1981, mi ha dato la possibilità di rapportarmi in maniera corretta con la Poesia e il suo speciale linguaggio. Ha ravvivato in me l’ascolto della parola poetica originaria, la cui risonanza lei ha ravvisato nel mio linguaggio fotografico. Rita Ciprelli è stata la perfetta esegeta del mio lavoro, oggi sento la sua mancanza umana e artistica come una perdita irrecuperabile. Un’altra persona che mi ha dato tantissimo umanamente e artisticamente è stato il pittore Elio Di Blasio, con lui, come con Rita Ciprelli, ho condiviso sogni e progetti. Poi c’è stato Mario Giacomelli che apprezzava moltissimo il mio lavoro al punto di dirmi una volta, guardando le mie stampe: “Le avrei voluto fare io!”.

D. Ha avuto un vero e proprio “maestro”?

R. Come ho detto prima, ho subito cercato una strada personale, sostanzialmente sono sempre stato un autodidatta, se qualche riferimento l’ho avuto, l’ho cercato nella letteratura, nella poesia, nella filosofia, per esempio considero Leopardi, Proust, Merleau-Ponty, Maria Zambrano i miei veri maestri.

D. Per lo stile, ha fatto riferimento a quale grande fotografo mondiale?

R. Ho sempre cercato di trovare un mio sguardo sulle cose, ho cercato di riportarlo sulla carta, affinando una mia tecnica di ripresa e stampa. Ho cercato di codificare un mio “stile” anche se a questo termine preferisco quello di “visione”. Questo mio scavare nella solitudine, da una parte mi ha portato ad ignorare il lavoro degli altri, dall’altra ha contribuito ad isolarmi per molto tempo. Ci sono stati molti critici internazionali e colleghi fotografi che hanno apprezzato la mia personalità fotografica, tra questi Jean Claude Lemagny, che rimase molto impressionato dalla mia serie fotografica “Selve” e che acquistò interamente per la collezione del Cabinet des Estampes della Biblioteca Nazionale di Parigi.

D. Chi sono i “grandi” di ogni epoca che ammira di più?

R. Giotto, Piero Della Francesca, Leonardo da Vinci e in tempi più recenti, se non recentissimi, Van Gogh, Morandi. Mi fermo alla pittura che è la tecnica artistica che amo di più.

D. Il preferito in assoluto?

R. Nella fotografia Mario Giacomelli.

Gli scatti di Paolo Dell’Elce

D. Cosa le piace fotografare?

R. Non mi piace fotografare, mi piace però osservare le cose che accadono intorno a me, la mia attenzione è sempre piuttosto alta, ma prendo fotografie soltanto quando non ne posso fare a meno, c’è un momento in cui si è obbligati a guardare in profondità, a bucare l’apparente indifferenza della superficie, in quel momento non si può distogliere lo sguardo o voltarsi dall’altra parte, è un atteggiamento etico che ti dice anche se sia il caso o meno di prendere la fotografia. Non amo le fotografie “rubate”. Nel momento in cui si sta ricevendo un dono di luce bisogna essere riconoscenti e ringraziare il soggetto, la persona o la cosa che stai fotografando. Molti anni fa feci un reportage nell’Alto Vestino, ho incontrato tante persone, contadini o pastori che si intimorivano per la mia presenza, uomini che sembravano Dei della terra, prima di fotografarli parlavo con loro, mangiavo e bevevo con loro, li ascoltavo. Poi chiedevo se volevano donarmi il privilegio e l’emozione di fotografarli.

D. Qual è il suo soggetto preferito?

R. Non ho alcun soggetto preferito. Ogni cosa della realtà è di per sé significativa e importante nel momento in cui si è pronti a recepirne la presenza e l’essenza. L’esperienza dello sguardo mi ha portato spesso a trovare motivi di “identificazione” con gli oggetti più diversi, a percepirne una specie di realtà intrinseca dell’oggetto che avesse una corrispondenza con me stesso, con il mio essere. Con il sentirmi vivo.

D. E il genere?

R. Cerco di seguire il mio “genere”. Nel senso che non riesco a scindere o ravvisare dei “generi” che io non possa praticare, sempre secondo la mia sensibilità e il mio modo di vedere. Quando ero molto giovane, ho fatto anche il fotografo di matrimoni o il fotografo sportivo, non riuscivo a stare nei limiti linguistici del “genere”. Mi accorgevo che andavo sempre nella direzione di una interpretazione estremamente soggettiva. Successivamente questa mia libertà interpretativa del “genere” ha trovato il favore di molti estimatori che mi chiamavano proprio perché volevano un reportage matrimoniale, ma anche un battesimo o una comunione, in cui si vedesse qualcosa di diverso. Professionalmente non faccio più servizi matrimoniali dal 1986, ma è un “genere” su cui mi piace ancora lavorare e qualche volta da invitato faccio le mie fotografie che poi regalo agli sposi.

D. Ci racconti il suo concetto di inquadratura:

R. L’inquadratura per me deve coincidere con la visione, quando si è al cospetto di una visione bisogna cercare di restituirla così come ci viene, è la visione che fluisce attraverso gli occhi e il mezzo fotografico nella maniera più diretta possibile, solo in questo caso mi sento in grado di premere il pulsante dell’otturatore. Accade come in trance, c’è un attimo di sospensione della coscienza e in quel momento un’altra coscienza si sovrappone alla mia, è come una specie di possessione, qualcosa che è lì, davanti a me, entra dentro di me: è una sensazione fortemente fisica. Ogni volta che accade si prova un senso di pienezza, il raggiungimento di uno stato di appagamento.

D. Che tipo di luci preferisce?

R. La luce che mi si rivela, ci sono momenti in cui la luce ci chiama e noi ci volgiamo verso di lei, come fanno le piante. La difficoltà per un fotografo sta nell’essere sempre pronti alla sua chiamata. In questo senso è ovvio che non abbia particolari preferenze. Quando si ha la possibilità di essere in quella determinata luce si può prendere una fotografia, la sua impronta nella materia sensibile, come pure si può rinunciare e perdersi nella pura contemplazione di quell’attimo esistenziale. La manifestazione della luce non dura a lungo, è un attimo denso di bellezza perturbante. Poi più nulla.

D. Quale nuovo genere di fotografia vorrebbe esplorare?

R. Vorrei continuare a fare la mia fotografia, non potrei fare la fotografia di un altro, se dovessi accorgermi che sto facendo la fotografia di un altro spero di riuscire a fermarmi in tempo.

D. Usa tecniche fotografiche speciali, come il macro?

R. Nella mia professione di fotografo ho usato tutte le tecniche anche la macrofotografia, ma per la mia ricerca personale ho usato la mia Canon Ftb, dai primi anni Settanta. Da qualche anno mi servo di un vecchio iPod nano e di un telefonino…non faccio più fotografie, soltanto immagini digitali.

D. Usa il bianco/nero con il digitale? Se sì, ci parli di questa tecnica e di come la interpreta.

R. Ci sono immagini che hanno senso solo in bianco e nero, altre solo a colori. Per quasi quarant’anni ho lavorato con il mio bianco e nero, la mia pellicola, il mio sviluppo, la mia stampa. Oggi, che mi diverto ad usare i mezzi più improbabili per evocare immagini, cerco sempre di interpretare o scoprire quale sia il linguaggio particolare di quel mezzo, indagarne le peculiarità più nascoste per poi cercare di reinterpretarlo secondo la mia sensibilità ed il mio modo di vedere. Ogni strumento tecnologico può offrirci delle possibilità, ma non è mai la tecnologia in sé lo scopo. Il linguaggio digitale è molto diverso, ma nello stesso tempo è anche molto simile al linguaggio analogico. Bisogna cercare di capire e sfruttare linguisticamente, poeticamente per chi ci riesce, proprio queste sottili differenze.

fotografo Paolo Dell'Elce

Paolo Dell’Elce e il fotoritocco

D. La sua opinione sul fotoritocco:

R. Per me il fotoritocco è la “spuntinatura” e cioè togliere puntini bianchi dalla stampa, che faccio tuttora con la china e il pennellino. Da ragazzo sono andato nella bottega di un fotoritoccatore, che mi insegnò a ridisegnare le fotografie rovinate, a fare i fotomontaggi e tutto quello che necessitava per restaurare una vecchia stampa. Oggi lo possiamo fare con i software, ma farlo a mano era davvero una magia.

D. Quali sono, secondo lei, i limiti etici al fotoritocco?

R. Togliere i puntini bianchi.

D. È lecito intervenire per migliorare luci e toni di una foto?

R. Credo che bisogna sempre costruire l’immagine a partire dalla propria visione.

Io cerco sempre, quando lavoro con apparecchi digitali, di rievocare in fase di post produzione quello che ho visto realmente, siccome uso degli apparecchi che non hanno una elevata qualità ottica ed elettronica, l’immagine è sempre piena di dominanti cromatiche che non corrispondono alla visione del mio occhio, allora necessariamente cerco di riportare i valori alla sensibilità cromatica e tonale del mio occhio.

D. E per rimuovere elementi di disturbo?

R. Gli elementi di disturbo non andrebbero inquadrati.

D. E aggiungere elementi, cieli oppure oggetti?

R. Non fa per me, ma ognuno è libero di fare quello che vuole.

D. Che software usa per il fotoritocco?

R. Il solito Photoshop.

D. Che tipo di interventi fa di solito?

R. Riequilibrio soltanto i valori cromatici. La mia ricerca estetica si basa sulla mia teoria dell’Ipovisione (http://paolodellelce.blogspot.it/search?q=Ipovisione) per cui non mi interessa la nitidezza, ma piuttosto l’“impastatura”, la “sprezzatura” dell’immagine, cioè proprio quell’imperfezione di cui tanti si scandalizzano, per questo motivo non ho necessità di usare particolari apparecchiature.

Paolo Dell’Elce:RAW, JPG e TIF

D. In che formato scatta di solito?

R. Il mio vecchio telefonino ha solo il jpg.

D. Se scatta in RAW, che software usa per aprirle i file?

R. Non scatto mai in RAW.

D. Ha mai provato con LightRoom?

R. No, mai provato.

fotografo Paolo Dell'Elce

Informazione

D. Legge riviste di fotografia?

R. No, non leggo più alcuna rivista dai primi anni Ottanta, all’epoca le leggevo tutte, ma poche avevano qualche reale motivo d’interesse.

D. Consulta siti web di fotografia?

R. Raramente, solo quando mi vengono segnalati.

D. Ne consulta alcuni in maniera abituale, considerandoli un punto di riferimento?

R. No.

D. Partecipa a workshop o seminari?

R. Tengo regolarmente, come docente, corsi di Estetica del linguaggio della Fotografia per conto di Università e istituzioni fotografiche.

D. Cosa pensa dei workshop?

R. Pochi sono davvero utili. Ritengo utili quelli dove si tratta di linguaggio.

D. Fa parte di un circolo fotografico?

R. Mai fatto parte di circoli e associazioni fotografiche.

D. E di una associazione del settore?

R. Idem come sopra.

D. Va a fiere e saloni di fotografia? Se sì, a quali?

R. Non vado mai. Negli anni ‘90 sono stato più volte invitato agli Incontri di Arles, nell’ambito degli autori selezionati da una commissione internazionale per il Premio Kodak European Panorama of Young Photographers.

D. Cosa ne pensa, li trova utili?

R. Per me inutili, però qualcuno li può trovare interessanti.

fotografo Paolo Dell'Elce

Mostre

D. Visita mostre di fotografia?

R. Molto raramente.

D. Quali sono quelle che ha apprezzato di più in assoluto?

R. Ho apprezzato molto una mostra di Irving Penn negli anni ‘80 a Milano.

D. Qual è stata l’ultima visitata?

R. Recentemente ho apprezzato molto la mostra di un giovane fotografo pescarese, Iacopo Pasqui.

D. La mostra che vorrebbe vedere?

R. Mi piacerebbe vedere una mostra antologica di un fotografo che stimo moltissimo e che purtroppo non fa mostre, si chiama Attilio Gavini.

D. Ha realizzato sue mostre fotografiche? Se sì, dove e quando?

R. Ho fatto centinaia di mostre in giro per il mondo, ma l’elenco sarebbe troppo lungo.

D. Ci racconti la più emozionante tra queste esperienze:

R. La mostra di cui ho un ricordo particolare è stata la mostra “Fiori” presso il National Centre of Photography of Russian Federation di San Pietroburgo, nel maggio 2007. Ricordo che ci furono molte difficoltà burocratiche per portare le opere in Russia, alla fine le mie stampe originali furono bloccate alla dogana russa. Bisognava trovare un’alternativa, la mostra era già stata annunciata agli organi di stampa. Per fortuna la Epson sponsorizzò la mostra stampando tutto ex novo, un lavoro enorme e molto costoso. Quando vidi le stampe rimasi di stucco. Era un altro lavoro! Tuttavia erano molto interessanti lo stesso anche se avevano travisato completamente la mia poetica.

Un altro episodio che amo ricordare è accaduto nel 1991 durante una mostra personale a Pescara. C’era un fotoamatore che frequentava la galleria, una persona molto semplice, con una scarsa istruzione scolastica, ma con una grande sensibilità all’immagine. Rimase molto colpito dalle mie stampe, e mi disse, con le sue parole semplici, che ero riuscito a fotografare il “silenzio che scende sulle cose”, mi commosse molto questa sua espressione, degna di un filosofo come Heidegger, e poi mi chiese come avevo fatto a fare quelle stampe…allora gli spiegai la mia tecnica. Dopo qualche giorno tornò da me con una serie di immagini che aveva realizzato secondo le mie istruzioni, era raggiante!

fotografo Paolo Dell'Elce

Le attrezzature di Paolo Dell’Elce

D. Attualmente, quali fotocamere usa?

R. Un iPod nano e un vecchio telefonino con pochi pixel.

D. E quali obiettivi?

R. Per la mia ricerca personale ho usato pochi obiettivi: un 50mm e un 135mm, qualche volta un 28mm, oltre il 135mm la prospettiva e l’atmosfera risultano troppo compresse e non corrisponde più ad una visione oculare.

D. L’obiettivo che usa più spesso?

R. Ho usato spesso il 135mm.

D. Quali flash?

R. Per la mia ricerca personale non uso flash, per il lavoro ho usato flash da studio I.F.F.

D. Quali cavalletti e teste?

R. Per la mia ricerca personale non uso cavalletti, nel lavoro ho usato una colonna I.F.F e un cavalletto degli anni ‘50 molto pesante, ma stabilissimo.

D. Utilizza filtri?

R. Nessun filtro.

D. Qual è stata la sua prima macchina?

R. Una Bencini Comet e la vecchia Agfa di mia madre, ma la Canon Ftb è stata quella che mi ha dato più soddisfazioni.

D. Come si è evoluta nel tempo la sua attrezzatura?

R. Ho utilizzato varie apparecchiature fotografiche per lavori su commissione, dal banco ottico all’Hasselblad, ma per la mia ricerca personale ho utilizzato sempre la Canon Ftb oppure le “usa e getta”.

D. Ha mai fatto un cambio integrale di marca? Se sì, perché?

R. Ho sempre lavorato con più marche contemporaneamente, ho utilizzato Fatif con obiettivi Schneider, Canon, Nikon, Hasselblad, Mamiya, Zenza Bronica.

D. Dove acquista di solito le attrezzature? Fa spese online?

R. Sono molti anni che non compro attrezzature fotografiche, per il materiale sensibile mi servivo da Bielser a Milano. Non faccio spese online, preferisco telefonare ai miei fornitori.

Paolo Dell’Elce e la nostalgia della pellicola

D. Lavora ancora in pellicola?

R. Sì, soprattutto nel bianco e nero.

D. Con quali corpi macchina?

R. Canon Ftb, Nikon fm3a.

D. Quali pellicole usa?

R. Ilford HP5.

D. Se usa diapositive, dove le sviluppa?

R. Non uso diapositive.

PRO – Paolo Dell’Elce in studio

D. Come è fatto il suo studio fotografico?

R. Negli anni ottanta avevo una sala di posa di oltre cento metri quadrati attrezzato con fondali e bank a luce continua e flash, camera oscura. Oggi non ho più uno studio fotografico, non mi serve.

D. Dove si trovava?

R. Il mio studio era a Pescara.

D. Che genere di fotografia vi realizzava?

R. Ho lavorato prevalentemente nella fotografia commerciale ed editoriale.

Info

Commento alle foto allegate

Bambino a Punta Lara, 2002

Mi aveva colpito quel bambino…Stavamo pranzando con gli amici in una churrascheria all’aperto, sul Rio de la Plata, c’era questo bambino che aveva il compito di scacciare i cani randagi che si avvicinavano affamati ai tavoli. Faceva il suo lavoro con molta indolenza, svogliatamente, si avvicinava al cane e, senza convinzione, agitava un po’ le mani nell’aria, quasi gli dispiacesse scacciare via quei poveri animali con i quali dopo, quando se ne fossero andati gli avventori, avrebbe giocato. Se ne stava abbracciato a quel palo, dove tornava a dondolarsi ogni volta, dopo aver scacciato qualche cane, osservava noi, osservava tutto, come un marinaio che scrutava l’orizzonte dall’albero di una nave. Era molto bello, di una bellezza inconsapevole, in quel luogo, perfettamente inutile, com’è inutile ogni bellezza in ogni luogo. Aveva lo sguardo duro, da uomo precoce, ma quel suo ciondolarsi era dolcemente infantile, preumano. Girava e rigirava attorno al palo, talvolta i suoi occhi incrociavano i miei, più spesso si perdevano verso il loro orizzonte. Dalla parte del fiume, il Rio de La Plata, immenso come il mare.

Selve 1990-1995

Questa foto è stata presa a Pineto, nella serie Selve ho cercato di restituire il dato atmosferico della luce, la sua possibilità di trasfigurare gli elementi della realtà a seconda dell’ora del giorno e della condizione meteorologica. La chioma degli alberi evocava nella mia percezione una massa di nuvole nere o fumo o un aggregazione di materia non meglio definita, qualcosa di minaccioso e misterioso nello stesso tempo.

(Cabinet Des Estampes, Biblioteca Nazionale di Parigi).

Cane a Punta Lara, 2002

Nel sud del Mondo anche i cani sono diversi, la povertà discrimina anche gli animali, un cane povero e randagio dalle mie parti trova sempre qualcosa da mangiare e sopravvive…la ricchezza decompone il suo pane in briciole sperdute che arrivano alle bocche delle creature affamate, la povertà non ha resti, è immobile negli occhi di un cane che si stupisce della mano che gli porge il cibo.

Mujer que toma el mate, La Plata, 2002

La Mujer que toma el mate, osserva i bambini davanti alla scuola, attraverso le sbarre della sua prigione domestica, sorseggia il mate, in mano ha la sua bombilla calda. Il suo sguardo, un lento piano sequenza, che tocca i bambini al di là della strada e si ferma nei miei occhi. Si accorge che la sto guardando e mi sorride appena, un sorriso senza energia, Cecilia le dice che sono italiano e che vorrei fotografarla, lei scrolla appena le spalle come per dire…fai quello che vuoi!

Objets, 1990

Objets, è un mio lavoro svolto tra il 1980 e il 1991, il luogo di indagine fotografica era ancora il paesaggio naturale o meglio ciò che io chiamavo “elementi di paesaggio”: tronchi d’albero, chiome, rami, fili d’erba, zolle di terra, cieli. Questa ricerca era stata articolata in tre periodi: Del Bianco, Del Grigio, Del Nero.

la fotografia in esame fa parte della serie “Del Grigio”. Il grigio, come semantema del linguaggio fotografico, era dato dalla restituzione dello sfondo uniforme del cielo azzurro, che veniva riprodotto secondo una particolare scala da me sperimentata. Per ottenere quella particolare tonalità di grigio uniforme necessitavano alcuni accorgimenti in fase di ripresa e successivamente una determinata gradazione della carta, oltre naturalmente una tecnica di sviluppo del negativo e della stampa opportunamente codificate.

L’intento estetico era quello di restituire con pochi elementi tonali una realtà estremamente complessa da un punto di vista percettivo (il forte controluce, l’intensità per certi aspetti fuorviante e ridondante del cielo azzurro). Ridurre un oggetto tridimensionale a pura pennellata piatta, come mi suggeriva la pura percezione retinica. Cercare la sintesi estrema. Un’astrazione. E’ questa prima di tutto un’immagine sorta nel mio occhio. Una visione.

Sara, La Plata, 2002

La dolce Sara, ho davanti a me la fotografia che le ho fatto, il viso tondo come una dolce luna piena, i capelli sottili, avvolta nel suo mistero di adolescente, l’ombra l’accarezza, la luce la bacia. Penso ad un verso di Borges…Hoy, en la linde de los años cansados, te diviso lejana como el álgebra y la luna.

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