Intervista al fotografo Stefano Schirato

Intervista al fotografo Stefano Schirato

fotografo Stefano Schirato

La fotografia secondo Stefano Schirato

D. Quando e come ha scoperto la fotografia?

R. Era il 1995 ed è avvenuto tutto per caso. Mio fratello, con una reflex, mi spiegò i primi rudimenti della meccanica fotografica e appena scattai la prima fotografia, mi resi conto che qualcosa era cambiato per sempre.

D. Ci racconti il suo primo approccio a quest’arte:

R. Il primo approccio è stato sicuramente amatoriale, nel senso che cercavo soltanto di mettere a fuoco le foto, ricercando un’inquadratura interessante. Poi ho cominciato ad appassionarmi, sfogliando anche libri di fotografia e chiedendomi perché una foto mi facesse emozionare. Ho cominciato con le fotografie di paesaggio. Poi mi sono accorto che mi mancava l’uomo e ho cercato di raccontarlo.

D. Ricorda la sua prima foto?

R. Assolutamente sì. Al di là dei primi approcci timidi con la messa a fuoco e i tempi/diaframmi, la mia prima foto, che adesso a riguardarla mi fa una grandissima tenerezza, fu a delle bacche nere con lo sfondo della torre di Santo Stefano di Sessanio, torre che ora non c’è più.

D. Qual è stato il suo percorso di crescita e apprendimento dell’arte fotografica?

R. Ho cominciato con l’iscrivermi ad un club fotografico per condividere la mia passione con altri e soprattutto per crescere ed ascoltare le opinioni altrui. Subito dopo però, quest’esperienza è cominciata a starmi stretta. Avevo bisogno di conoscere i professionisti, i reporter, quelli che facevano questa vita. Ho frequentato dei workshop con Ferdinando Scianna e con Michael Yamashita (National Geographic) e successivamente ho vinto una borsa di studio per frequentare una scholarship con Steve McCurry, al quale poi ho fatto anche da assistente. Dopo quest’esperienza, sono partito per la Cambogia per svolgere il mio primo lavoro degno di essere chiamato tale, sulle mine antiuomo. Ho capito che avrei fatto questa vita.

D. E quali le sue tappe più significative?

R. Sicuramente il lavoro della Cambogia, fatto a sostegno di Emergency, mi ha aperto le strade. Con questo lavoro è uscita la mia prima pubblicazione in un libro, con la prefazione di Ferdinando Scianna, alla quale è seguito l’incontro con Giuseppe Tornatore, il quale ha scritto la prefazione al reportage che ha segnato il passaggio al mondo del professionismo, sulle navi sequestrate nei porti con i marittimi a bordo, che non potevano tornare a casa. Ne è nato il libro “Né in terra, né in mare”. Sono seguite collaborazioni con riviste importanti ed esperienze come fotografo di scena e backstage nel cinema, proprio con Tornatore.

D. Cosa rappresenta per lei la fotografia in termini emotivi?

R. Rappresenta, dopo la famiglia, il motivo per cui mi sveglio la mattina.

D. E pratici?

R. Beh, sicuramente rappresenta il passepartout per frequentare un mondo molto interessante, sia dal punto di vista dei contatti che da quello delle esperienze di vita.

D. Fotografa per lavoro o per diletto?

R. Lavoro.

Intervista al fotografo Stefano Schirato

Maestri e grandi fotografi per Stefano Schirato

D. C’è stato un incontro con qualcuno che si rivelato importante per la sua crescita?

R. Sicuramente il primo in ordine cronologico è stato Ferdinando Scianna, che mi ha indirizzato verso un tipo di fotografia, poi risultata essere la “mia” fotografia. E poi Steve McCurry, che mi ha fatto diventare un professionista.

D. Ha avuto un vero e proprio “maestro”?

R. Maestri sono stati tutti quei fotografi, anche di paese, che mi hanno saputo insegnare l’umiltà e la tenacia di crederci davvero e soprattutto di studiare, non solo la fotografia ma anche l’università.

D. Per lo stile, ha fatto riferimento a quale grande fotografo mondiale?

R. Per lo stile ho cercato piano, ma con grande determinazione, di crearne uno mio. Anche se Paolo Pellegrin, Francesco Zizola, Scianna ed Eugene Richards mi hanno molto influenzato.

D. Chi sono i “grandi” di ogni epoca che ammira di più?

R. Henry Cartier Bresson è un po’ il papà di tutti, senza il quale il reportage non esisterebbe. Poi c’è Salgado e poi quei fotografi che hanno spostato uno stile abbastanza formale, verso un tipo di fotografia molto più ricercata, con inquadrature nuove. Parlo di Natchwey, Pellegrin, Majoli e tanti altri.

D. Il preferito in assoluto?

R. Forse Paolo Pellegrin.

Gli scatti di Stefano Schirato

D. Cosa le piace fotografare?

R. Le persone.

D. Qual è il suo soggetto preferito?

R. Gli uomini in genere, le storie personali. Mi piace entrare nelle vite altrui e cercare di raccontarle.

D. E il genere?

R. Reportage.

D. Ci racconti il suo concetto di inquadratura:

R. Nell’inquadratura non deve esserci tutto quello che si vuole raccontare; bisogna far intuire, è più interessante. Sicuramente la pulizia del frame, cioè togliere le cose superflue e che appesantiscono il concetto o il soggetto, è un mio must.

D. Che tipo di luci preferisce?

R. Preferisco di gran lunga le luci naturali e uso il flash solo quando ne sono costretto.

D. Quale nuovo genere di fotografia vorrebbe esplorare?

R. Mi piace molto la fotografia di ritratto e la quella pubblicitaria, se però non è fine a se stessa ma riesce a raccontare una storia.

D. Usa tecniche fotografiche speciali, come il macro?

R. Quasi mai.

D. Usa il bianco/nero con il digitale? Se sì, ci parli di questa tecnica e di come la interpreta.

R. L’unica domanda che mi faccio prima di affrontare un lavoro, è se funziona meglio a colori o in bianco/nero. Quando decido di interpretare il lavoro in bw, i miei scatti sono sempre a colori e appena scaricati sul computer, vengono tramutati in bianco/nero. La cosa che mi colpisce sempre è che, se ho deciso di fare il lavoro in bw prima di cominciare a scattare, vengo colpito sempre dalla monocromia, da situazioni con luci e ombre. La fotografia che dal colore viene tramutata in bianco/nero, non cambia quasi per niente, sembra quasi la stessa foto.

Intervista al fotografo Stefano Schirato

Stefano Schirato e il fotoritocco

D. La sua opinione sul fotoritocco:

R. Ultimamente ho firmato un contratto di collaborazione con il NYTimes e la cosa che mi ha colpito di più è che proprio nel contratto viene specificato il “come” post-produrre una fotografia in maniera etica. Né più e né meno di quello che si faceva in camera oscura con l’analogico.

La mia opinione è la stessa.

D. Quali sono, secondo lei, i limiti etici al fotoritocco?

R. Il fotoritocco o post-produzione oggi è indispensabile, ma i limiti sono dettati dall’etica della professione. Se un fotografo deve fare una pubblicità è ovvio che i limiti sono quasi inesistenti, perché è il brand che comanda e se l’idea della fotografia funziona, poco importa se i soggetti della fotografia vengono fotografati in città diverse e in momenti diversi e poi “uniti” in photoshop.

Per quanto riguarda il reportage è ovvio che i limiti sono davvero ristretti. Un giornalista serio direbbe mai delle falsità inventandosi storie incredibili in situazioni di cronaca? Il fotoreporter allo stesso modo deve dare un peso enorme a quello che fotografa, senza nessun tipo di manipolazione.

D. E’ lecito intervenire per migliorare luci e toni di una foto?

R. Sì.

D. E per rimuovere elementi di disturbo?

R. Dipende dal tipo di lavoro che si fa. E anche dall’entità dell’elemento di disturbo. Se è un piccolo ramoscello che non si è riuscito ad eliminare in fase di scatto (e non è un lavoro di fotogiornalismo), potrebbe essere lecito. Se questo elemento è della grandezza di un albero, comincio a chiedermi se forse non si è sbagliata proprio inquadratura.

D. E aggiungere elementi, cieli oppure oggetti?

R. Assolutamente no.

D. Che software usa per il fotoritocco?

R. Photoshop e Lightroom.

D. Che tipo di interventi fa di solito?

R. Mi limito a lavorare sul contrasto e sui toni, sulle mascherature e bruciature. Tutto quello che facevo con la mia camera oscura.

Intervista al fotografo Stefano Schirato

Stefano Schirato: RAW, JPG e TIF

D. In che formato scatta di solito?

R. Raw.

D. Se scatta in RAW, che software usa per aprirle i file?

R. Camera Raw.

D. Ha mai provato con LightRoom? Se sì, cosa ne pensa?

R. Lo uso per il 15% delle sue potenzialità, ma penso che sia un ottimo software.

Informazione

D. Legge riviste di fotografia?

R. No. Leggo e sfoglio libri di fotografi e leggo alla settimana almeno 5/10 riviste e magazine e tutti i giorni 3 o 4 quotidiani. Le riviste fotografiche mi annoiano terribilmente.

D. Consulta siti web di fotografia?

R. Sì, siti di agenzie fotografiche quasi tutti i giorni.

D. Ne consulta alcuni in maniera abituale, considerandoli un punto di riferimento?

R. Sì.

D. Quali sono quelli che consulta e cosa le offrono?

R. Magnum, Noor, VII e altri siti di fotoreporter. Mi offrono spunti e la possibilità di tenermi sempre aggiornato sugli ultimi lavori.

D. Partecipa a workshop o seminari?

R. Sì.

D. Cosa pensa dei workshop?

R. Penso che siano l’unica cosa davvero istruttiva, se ovviamente tenuti da grandi maestri.

D. Fa parte di un circolo fotografico?

R. No.

D. E di una associazione del settore?

R. No.

D. Va a fiere e saloni di fotografia?

R. No.

D. Cosa ne pensa, li trova utili?

R. No.

Intervista al fotografo Stefano Schirato

Mostre

D. Visita mostre di fotografia?

R. Sì, abitualmente.

D. Quali sono quelle che ha apprezzato di più in assoluto?

R.
Roger Ballen, Eugene Smith, Eduard Weston, Henry Cartier Bresson, collettiva di Magnum, McCurry.

D. Qual è stata l’ultima visitata?

R. McCurry.

D. La mostra che vorrebbe vedere?

R. Mi piacerebbe vedere un’antologica sul lavoro di Eugene Richards.

D. Ha realizzato sue mostre fotografiche? Se sì, dove e quando?

R. Ne ho realizzate diverse. A Pescara, Milano, Roma. L’ultima in ordine di importanza sul 25esimo anniversario della catastrofe di Chernobyl.

D. Ci racconti la più emozionante tra queste esperienze:

R. L’esperienza più emozionante e difficile è stata sicuramente raccontare la situazione di Chernobyl a distanza di 25 anni ed entrare nella zona rossa per fotografare famiglie che, in maniera illegale, vivono del traffico di metallo radioattivo.

Attrezzature di Stefano Schirato

D. Attualmente, quali fotocamere usa?

R. Nikon, Hasselblad, Fuji.

D. E quali obiettivi?

R. Diciamo che dal 20 mm. al 200 mm. sono coperto.

D. L’obiettivo che usa più spesso?

R. 20-35 NIkkor.

D. Quali flash?

R. Sb800

D. Quali cavalletti e teste?

R. Manfrotto, ma non lo uso praticamente mai.

D. Quali altri attrezzature o accessori usa?

R. Holga, Hasselbal x-pan e Rolleicord.

D. Utilizza filtri?

R. No.

D. Qual è stata la sua prima macchina?

R. Yashica fx 3000, tutta meccanica.

D. Come si è evoluta nel tempo la sua attrezzatura?

R. Non sto dietro alle mode e soprattutto alle nuove uscite di marketing. Continuo ad utilizzare quasi tutti gli obiettivi che avevo nelle macchine analogiche e uso una full frame.

D. Ha mai fatto un cambio integrale di marca?

R. No.

D. Dove acquista di solito le attrezzature? Fa spese online?

R. Sì, anche spese online.

Stefano Schirato e la nostalgia della pellicola

D. Lavora ancora in pellicola?

R. Sì.

D. Con quali corpi macchina?

R. Haselbald, X-Pan, Rollei.

D. Quali pellicole usa?

R. Kodak Tri-x

PRO – Stefano Schirato in studio

D. Com’ è fatto il suo studio fotografico?

R. Molto semplice: ci sono scaffali per archiviazione negativi e un computer con diversi hard disk.

D. Dove si trova?

R. A Pescara.

D. Quali sono le attrezzature specifiche da studio?

R. Non ho sala di posa; di solito mi appoggio a colleghi che hanno uno studio.

D. Che genere di fotografia vi realizza?

R. Ritrattistica.

Info

Commento alle foto allegate

  • Foto 001 – Asso-Como, comunità per disturbi alimentari. Fotografia tratta dal lavoro “Anorexia”.
  • Foto 002 – Skodra-Albania, fotografia tratta dal lavoro sulla “Vendetta di sangue in Albania”.
  • Foto 003 – Tunisi, figuranti sul set. Fotografia tratta dal lavoro di backstage del film Baaria di G. Tornatore.
  • Foto 004 – Stazione di Kakanj-Bosnia. Un signore aspetta sulle rotaie il treno Belgrado-Sarajevo che è stato reso di nuovo disponibile dopo 18 anni dalla guerra. Fotografia tratta dal lavoro “Belgrado-Sarajevo”.
  • Foto 005 – Ospedale militare a Phnom Penh-Cambogia, fotografia tratta dal lavoro sulle “Mine antiuomo in Cambogia”.

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