Intervista al fotografo Vincenzo Tessarin

Intervista al fotografo Vincenzo Tessarin

fotografo Vincenzo Tessarin

La fotografia secondo Vincenzo Tessarin

D. Quando e come ha scoperto la fotografia?

R. Il desiderio di fotografare nasce un’estate di quasi quarant’anni fa, trascorsa fra le montagne della Valle D’Aosta. A quei tempi erano il disegno e la pittura la mia “passione”, ma passeggiare fra quelle cime e quel cielo azzurro, fece nascere in me il desiderio di documentare il prossimo viaggio che avrei fatto. In autunno cominciai a lavorare come garzone nella bottega del fotografo del paese.

D. Ci racconti il suo primo approccio a quest’arte:

R. Come dicevo, cominciai subito lavorando come apprendista dal fotografo del paese in cui vivevo, in provincia di Ferrara. Il primo approccio fu con la camera oscura, la stampa per contatto delle foto per tessera 6×9 centimetri, le stampe in bianco e nero, oltre a dover fare l’assistente durante i servizi matrimoniali. Poi acquistai la mia prima macchina fotografica a rate, che pagavo lasciando una quota del mio misero stipendio!

D. Ricorda la sua prima foto?

R. La prima proprio no, ma ricordo una serie di foto fatte con la Rollei biottica. Me la prestò il mio principale per fare un po’ di pratica. Trascorsi un intero pomeriggio a fotografare gli amici e le amiche che incontravo, dimenticando le indicazioni che mi aveva suggerito e sfornando una serie di foto o troppo scure o bruciate!

D. Qual è stato il suo percorso di crescita e apprendimento dell’arte fotografica?

R. Dopo quella breve esperienza come apprendista fotografo, ho continuato a coltivare quella passione come fotoamatore indagando i vari aspetti, dalla fotografia sportiva a quella naturalistica, dal ritratto al teatro, fino al reportage di viaggio, che è quello che più mi appassiona. Durante questo periodo ho partecipato a parecchi workshop di fotografi più o meno quotati, che però mi hanno insegnato gli aspetti più importanti della tecnica e fatto conoscere l’arte della composizione fotografica.

D. E quali le sue tappe più significative?

R. La prima significativa tappa fu l’apertura del mio primo studio fotografico più di vent’anni fa. Fu un’esperienza emozionante curare la vetrina e l’interno con uno stile un po’ retrò e la mia prima sala pose con luce naturale che proveniva dalla porta del balcone al secondo piano.

Successivamente sono passato al lavoro di fotografo di viaggio. Gli anni trascorsi insieme a mia moglie, nella repubblica popolare cinese, mi hanno permesso di visitare la maggior parte di quella nazione e di altre nazioni dell’estremo oriente, fotografando i vari aspetti sociali di quei popoli, la vita rurale e metropolitana. Aver visto e documentato la trasformazione avvenuta, a fine ‘900, di una megalopoli come Shanghai è stato davvero molto interessante. In quel periodo è iniziata la mia collaborazione con l’agenzia Focus Team di Milano, tramite la quale diverse mie immagini e reportage sono apparsi su riviste di settore, nazionali ed internazionali.

D. Cosa rappresenta per lei la fotografia in termini emotivi?

R. Credo che ogni essere umano abbia la necessità di esprimere la propria creatività, è una necessità, come respirare. C’è chi lo fa a pieni polmoni e chi ansimando! Per me la fotografia è la massima espressione della mia creatività e dà ampio respiro alle mie emozioni. E’ capitato che di fronte ad una mia fotografia realizzata esattamente come io l’avevo vista e intuita, mi sia commosso!

D. E pratici?

R. E’ un continuo apprendimento, una continua sperimentazione, indagine, ricerca, soprattutto nel riuscire ad ottenere il massimo dei risultati in termini tecnici e compositivi.

E poi la sfida più grande è ottenere un riscontro, qualcuno che apprezzi il tuo lavoro ed è disposto ad investire denaro nella tua creatività.

D. Fotografa per lavoro o per diletto?

R. Per lavoro principalmente, anche se faccio fatica a distinguere il confine. Anche quando è un lavoro su commissione, spesso è un piacere. Quando c’è un committente ci sono delle regole da rispettare, delle prestazioni da realizzare, la creatività ha dei paletti, ma comunque è sempre presente.

fotografo Vincenzo Tessarin

Maestri e grandi fotografi per Vincenzo Tessarin

D. C’è stato un incontro con qualcuno che si rivelato importante per la sua crescita?

R. Nessuno in particolare, anche se i grandi maestri del bianco e nero, al quale sono ritornato recentemente, mi hanno sempre ispirato e affascinato, da Adams a Cartier-Bresson, da Koudelka a Salgado. Ho avuto un lungo periodo, che coincide grossomodo con l’inizio dell’utilizzo del digitale, nel quale il colore è stato preponderante nei miei lavori e Mc Curry era un riferimento. Ricordo che feci anche un workshop con lui diversi anni fa. Ma forse fu proprio quell’esperienza a farmi cambiare direzione, spingendomi a cercare una nuova via di espressione, prima desaturando i colori e poi ritornando maggiormente alla fotografia in bianco e nero.

D. Ha avuto un vero e proprio “maestro”?

R. No! Nessun maestro purtroppo… o per fortuna?

Gli scatti di Vincenzo Tessarin

D. Cosa le piace fotografare?

R. L’essere umano è il soggetto che preferisco. Ad ogni età e in ogni situazione. Un luogo senza la presenza di un essere umano mi sembra senza significato, è come se mancasse il testimone . Il paesaggio non è un genere che indago con assiduità, lo considero parte del reportage, anche se recentemente ho ottenuto un riconoscimento a livello europeo, proprio nel Landscape, arrivando fra i dieci finalisti al concorso European Professional Photographer of the year, e ottenendo la Silver Camera del secondo posto.

D. Qual è il suo soggetto preferito?

R. Mi piace fotografare la gente negli ambienti familiari, nell’ambito del lavoro, sia esso artigianale o rurale.

D. E il genere?

R. Prediligo il reportage di documentazione, non quello di denuncia. Non sono portato ad indagare il disagio umano o le situazioni di conflitto che purtroppo esistono ancora in questo mondo.

Alcuni anni fa documentai la toccante esperienza delle Suore della carità di Madre Teresa a Calcutta, fotografando la gente sofferente negli ambienti del centro di accoglienza nella città indiana e le volontarie che li assistevano.

Un’esperienza molto toccante e commovente. Un’esperienza umana prima che fotografica.

Queste immagini mi hanno anche portato un Primo Premio Assoluto in un concorso internazionale, ma non credo che ripeterò esperienze simili, emotivamente sono troppo forti per il mio animo.

D. Ci racconti il suo concetto di inquadratura:

R. Preferisco un’immagine pulita, essenziale. La mia filosofia è il Less is More! Raccontare per mezzo di pochi elementi chiari, dove il soggetto principale sia protagonista, anche se di piccole dimensioni, ma padrone della scena.

D. Che tipo di luci preferisce?

R. La luce naturale da sempre. Adesso con le fotocamere digitali che permettono di fotografare quasi al buio è molto più semplice, ma in passato con la pellicola era molto più arduo, specie col colore. In bianco e nero si poteva sviluppare le pellicole tirandole e portandole a sensibilità estreme, con conseguente aumento esagerato della grana, ma che in certe situazioni (ad esempio la fotografia di Teatro che ho seguito per diversi anni) era una componente che aumentava la drammaticità ed era per questo tollerata.

D. Usa il bianco/nero con il digitale? Se sì, ci parli di questa tecnica e di come la interpreta.

R. Certamente, la fotografia in bianco e nero è diventata predominante in questo ultimo periodo nel mio lavoro, sia nel reportage che nelle cerimonie.

Quando ho cominciato ad usare il digitale, circa dieci anni fa, era molto difficile ottenere delle buone immagini in B/N, c’erano dominanti difficili da controllare in fase di stampa ed anche in post produzione era complesso ottenere contrasti netti senza bruciare le alte luci o chiudere forzatamente le ombre. Ora i sensori sono più elastici e ci permettono di avere latitudini di posa impressionanti ed i programmi di post produzione ci permettono di ottenere una gamma ampia di sfumature, senza compromettere le luci estreme. Poi la stampa a getto d’inchiostro su carte cotone Fine Art, hanno portato la fotografia in B/N quasi ai livelli della stampa chimica di ottima qualità. Ma anche la stampa chimica tradizionale su carte a colori dà ottimi risultati, se c’è un giusto lavoro di ottimizzazione e un laboratorio che ti segue con cura.

fotografo Vincenzo Tessarin

Vincenzo Tessarin e il fotoritocco

D. La sua opinione sul fotoritocco:

R. Io sono un po’ critico su questa possibilità di intervento su un’immagine fotografica. Credo che il fotoritocco si debba limitare ad un uso discreto, unicamente per pulire eventuali macchie nel sensore e per togliere nel ritratto qualche imperfezione nella pelle, ma senza stravolgere il soggetto, un po’ come si faceva una volta con la spuntinatura delle fotografie dopo la stampa o il ritocco con la matita sui negativi di grande formato, ma sempre con leggerezza.

Non parliamo poi del clonare parti dell’immagine per togliere oggetti e soggetti indesiderati. Certo in certe fotografie di cerimonia si può anche fare qualche intervento in più, ma preferisco usare il ritaglio piuttosto e reinquadrare la foto.

D. Quali sono, secondo lei, i limiti etici al fotoritocco?

R. Come dicevo prima, dipende dall’uso che si fa della fotografia. In una immagine di moda o pubblicitaria è normale che si intervenga, come si faceva prima, anche se era un compito del grafico. Nel ritratto e soprattutto nel reportage, sia esso giornalistico o di documentazione, gli interventi devono limitarsi a quanto ho detto sopra, per non stravolgere o snaturare l’immagine.

Ma mi pare che ci sia un ampio dibattito in corso. Io penso che bisognerebbe distinguere tra fotografia e grafica !

D. E’ lecito intervenire per migliorare luci e toni di una foto?

R. Quello che si faceva un tempo in camera oscura o in fase di ripresa con filtri o altro, adesso lo si fa davanti al computer, quindi non è molto diverso, cambiano le tecniche, ma il risultato è medesimo! Usare una pellicola coi colori più saturi o i toni più morbidi. Mettere un filtro degradante, un polarizzatore, un soft focus, un cross screen, una vignettatura. Oppure ombreggiare durante la stampa la parte più sottoesposta. Tecniche che si ripetono utilizzando i programmi e i filtri connessi.

D. Che software usa per il fotoritocco?

R. Uso principalmente Capture NX 2, con il quale ottimizzo i file e tolgo eventuali macchie del sensore. Poi uso Photoshop per piccoli ritocchi più curati che non riesco a fare in maniera ottimale con Capture. Ma per i miei lavori di reportage di viaggio, per esempio Photoshop non lo uso.

D. Che tipo di interventi fa di solito?

R. Sistemo innanzi tutto l’esposizione, il contrasto e la tonalità. Poi inserisco un eventuale filtro per il passaggio al B/N, aggiungo un filtro per accentuare a volte la vignettatura ed infine la maschera di contrasto, in relazione al tipo di ingrandimento che devo ottenere in stampa.

fotografo Vincenzo Tessarin

Vincenzo Tessarin:RAW, JPG e TIF

D. In che formato scatta di solito?

R. Solo RAW.

D. Se scatta in RAW, che software usa per aprirle i file?

R. Uso Capture NX 2 della Nikon.

D. Ha mai provato con LightRoom? Se sì, cosa ne pensa?

R. Ho provato la prima versione e l’ho trovata interessante, ma poi non ho seguito i vari aggiornamenti. Ho il mio flusso di lavoro ottimizzato con il software Nikon e faccio fatica a cambiarlo.

Informazione

D. Legge riviste di fotografia?

R. Direi raramente, se mi capitano fra le mani.

D. Consulta siti web di fotografia?

R. Sul web sono molto attivo. Ho un mio sito web www.vincenzotessarin.it e una pagina Face BookVincenzo Tessarin Photographer, oltre ad un profilo FB personale, dove parlo solo di fotografia. Il web lo consulto sia per cercare informazioni in genere, sia per vedere immagini e siti di colleghi, agenzie e gallerie.

D. Ne consulta alcuni in maniera abituale, considerandoli un punto di riferimento?

R. No, ma sono molto attivo sulla mia pagina e sul mio profilo FB, dove pubblico quasi quotidianamente immagini e dialogo con chi le commenta.

D. Partecipa a workshop o seminari?

R. Sì, almeno una o due volte l’anno cerco di partecipare a workshop di fotografi affermati o colleghi che reputo abbiano qualcosa di interessante da proporre. C’è sempre da imparare e poi sono incontri che danno la possibilità di confrontarsi con altri colleghi e di ricevere stimoli che migliorano e arricchiscono il proprio lavoro. Ho tenuto personalmente diversi workshop e un paio di volte l’anno tengo una full immersion di fotografia di due giorni nel mio studio con fotoamatori.

D. E di una associazione del settore?

R. Sono socio da anni del FIOF, Fondo Internazionale Orvieto Fotografia, un’associazione che annovera associati professionisti della fotografia, di tutta Italia.

D. Va a fiere e saloni di fotografia?

R. No, decisamente!

D. Cosa ne pensa, li trova utili?

R. Mah! Forse per i commercianti oppure se si pensa di dover cambiare attrezzatura. Tuttavia preferisco informarmi sul web e poi consultarmi col mio fornitore di fiducia.

fotografo Vincenzo Tessarin

Mostre

D. Visita mostre di fotografia?

R. Sì, tutte quelle di fotografi importanti ed anche di quelli meno conosciuti, tempo permettendo.

D. Quali sono quelle che ha apprezzato di più in assoluto?

R. La mostra di Steve McCurry a Perugia, uno splendido allestimento, oltre alle belle immagini, e poi quelle in bianco e nero di Ansel Adams a Modena e Kertész a Budapest.

Ho particolarmente apprezzato quella di David Claerbout al MART di Rovereto, non propriamente un fotografo, piuttosto un artista che usa la fotografia nelle sue videoinstallazioni, che la dilatano e la moltiplicano e quell’attimo fermato viene rivisto da molteplici punti di vista.

D. Qual è stata l’ultima visitata?

R. Quella di Helmut Newton a Budapest.

D. La mostra che vorrebbe vedere?

R. La prossima sarà Genesi di Salgado a Roma, spero presto.

D. Ha realizzato sue mostre fotografiche? Se sì, dove e quando?

R. Sì. Durante gli anni che ho dedicato alla fotografia, ho avuto modo anche di esporre i miei lavori in diverse occasioni. La prima personale è stata sul Tibet, poi una intitolata Indizi d’Infanzia.

Una molto completa in una galleria di Ferrara, dal titolo Colori Afro-Indiani, con immagini di grande formato. La mostra che ho presentato in diverse occasioni, gallerie e convention di fotografia, è Luoghi dell’Anima. Tutta in B/N e stampata su carta cotone Fine Art a tiratura limitata. Quella che ho in programma in questi giorni a Bologna, riguarda invece il mio ultimo viaggio in India in occasione del Kumh Mela, e rappresenta diversi tragitti percorsi in treno nel sub continente indiano, con soste in diverse stazioni: la vita, la gente e le situazioni che si incontrano attraversando l’India in treno è semplicemente incredibile! Le fotografie, anche queste tutte in B/N saranno esposte nella galleria del Cafè de la Paixa Bologna, dal 17 maggio al 12 giugno.

D. Ci racconti la più emozionante tra queste esperienze.

R. Probabilmente quella che mi ha più emozionato, soprattutto all’inaugurazione della prima esposizione, è stata Indizi d’Infanzia. Era stata allestita all’interno di una chiesa romanica sconsacrata, ogni fotografia era commentata da una poesia o un brano letterario di bambini o sui bambini, poste su pannelli verticali come fossero colonne della chiesa stessa ed in fondo nell’abside, quest’immagine alta più di due metri di un signore tibetano che teneva in braccio il figlio sotto una campana. Il tutto accompagnato da una musica dal vivo di un gruppo di strumentisti che eseguivano brani orientali, da brividi, almeno per me.

Le attrezzature di Vincenzo Tessarin

D. Attualmente, quali fotocamere usa?

R. Uso fotocamere Nikon ormai da quasi vent’anni. Attualmente utilizzo D3 e D800.

D. E quali obiettivi?

R. Il mio preferito è il 14-24 f 2,8, strepitoso sia per la qualità che per il tipo di inquadrature che mi permette di realizzare.

Poi il 70-200 e il 24-70, entrambe 2,8, che sono quelli che accompagnano normalmente lo zoom grandangolare.

Poi ho altre ottiche che uso in maniera specifica per certe tipologie di foto. Per esempio il ritratto con l’85 1,4; il fish-eye 16 per qualche effetto speciale, il 60 macro per riprendere particolari di still life in sala pose.

D. L’obiettivo che usa più spesso?

R. Alla fine è il 24- 70 2,8, il più versatile per le varie situazioni, ma il 14-24 lo sfrutto molto. Un paio d’anni fa, durante un viaggio in Mali, feci anche un ritratto al grande fotografo Malick Sidibè, che incontrai nel suo studio di Bamakò. Lui contestò l’utilizzo di un grandangolare per ritrarlo, ma poi quando gli portai il risultato alcuni giorni dopo e gli regalai la foto, l’apprezzò molto, tanto che mi volle omaggiare con una sua foto di moda, realizzata negli anni settanta.

D. Quali flash?

R. L’uso del flash è molto limitato, come dicevo prediligo la luce naturale o quella artificiale che trovo nei luoghi in cui entro, case, chiese, moschee. Durante i miei viaggi non lo porto mai, un peso in più. Qualche utilizzo saltuario nelle cerimonie, ho un vecchio sb 800.

L’uso dei flash è riservato per i ritratti in sala posa.

D. Qual è stata la sua prima macchina?

R. Una Rolleiflex SL35 con 50 e 135.

D. Come si è evoluta nel tempo la sua attrezzatura?

R. Da fotoamatore ho cambiato diverse macchine e sperimentato nuove attrezzature.

Da professionista ho utilizzato per molto tempo Contax e Hasselblad e poi Nikon, con la quale ho fatto anche il passaggio al digitale.

D. Ha mai fatto un cambio integrale di marca? Se sì, perché?

R. Sì, quando sono passato da Contax a Nikon a fine anni novanta, per l’esigenza di avere una macchina auto-focus, per praticità e velocità di esecuzione, cosa che in quel momento Contax non aveva.

D. Dove acquista di solito le attrezzature? Fa spese online?

R. Ho un paio di fornitori di fiducia, dai quali ho acquistato quasi la totalità dell’attrezzatura che uso. Online mi è capitato un paio di volte di acquistare ottiche di occasione, nient’altro.

Vincenzo Tessarin e la nostalgia della pellicola

D. Lavora ancora in pellicola?

R. No, da quando ho appurato che la qualità del digitale è pari se non superiore alla pellicola, questa seconda l’ho abbandonata definitivamente. Ho ancora una Nikon F5, non si sa mai. E poi possiedo un cimelio: la vecchia Hasselblad 500CM con un paio di ottiche, ne sono affezionato.

PRO – Vincenzo Tessarin in studio

D. Com’ è fatto il suo studio fotografico?

R. Il mio studio si trova al primo piano di un edificio ed è composto da tre stanze.

Una adibita all’accoglienza del pubblico ed è anche una piccola galleria, dove presento e vendo le mie opere. In questo luogo c’è anche la scrivania dove svolgo il lavoro di post produzione. Una sala pose e una dove faccio il montaggio di foto su cornici e album e dove si trova anche il deposito delle foto che utilizzo per le mostre.

D. Dove si trova?

R. Si trova nella parte storica di Ferrara, in via Cisterna del Follo 39/A.

D. Quali sono le attrezzature specifiche da studio?

R. Uso un paio di flash Profoto e fondali in tela.

D. Che genere di fotografia vi realizza?

R. Ritratti, soprattutto bambini, e fotografie still life, per cataloghi e pubblicità.

fotografo Vincenzo Tessarin

Info

  • Nome: VINCENZO
  • Cognome: TESSARIN
  • Indirizzo: VIA CISTERNA DEL FOLLO 39/A
  • Città: FERRARA
  • Telefoni: 0532-769561 Cell. 335-8247703
  • Email: info@vincenzotessarin.it
  • Sito web: www.vincenzotessarin.it

Commento alle foto allegate

  • 1 – I colori dell’Orissa – India
  • 2 – Il fotografo Malick Sidibè davanti al suo studio a Bamakò – Mali
  • 3 – Da Madre Teresa a Calcutta – India
  • 4 – Tre sorelle in un interno – Guinea Bissau
  • 5 – Sul treno per Varanas

1 commento

  • sin dalle prime foto di Vincenzo Tessarin,ho capito che si trattava di un vero fotografo Artista,ricco di sentimento nel cogliere e comunicare le emozioni più intense,sia col colore che col bianco-nero.Non sono un fotografo,ma solo una appassionata “lettrice” di fotografie speciali!! Quelle di Vincenzo Tessarin lo sono praticamente tutte e parlano a chi le “legge” dell’Arte e dei sentimenti più nobili che in esse sono stati trasferiti!! Grazie Vincenzo Tessarin,sei davvero uno dei grandi che ammiro di più!!

    Luisa Orsini

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