Scuola di fotografia: capire cos’è l’esposizione

Scuola di fotografia: capire cos’è l’esposizione

Benvenuti in questo tutorial della serie “scuola di fotografia”, espressamente dedicato a chi si sta avvicinando al magico mondo della fotografia, ma anche a chi scatta da tempo e vuole capire meglio alcuni concetti di base.

In questo tutorial ci occupiamo dell’esposizione. Elemento basilare nella costruzione di uno scatto perfetto; passaggio che tutti bene o male facciamo, ma che pochi conoscono a fondo nella sua teoria. E conoscere qualcosa in teoria permette di governarne il processo in maniera piena e completa, senza essere sempre dipendenti (e spesso vittime) degli automatismi della fotocamera.

Cos’è l’esposizione

Partiamo dal significato stesso del termine: esporre.

Esporre nasce quando la fotografia era fatta con materiali sensibili alla luce, quindi lastre prima e pellicole poi, ed è ha proprio il senso di “esporre alla luce”.

La luce, infatti, colpendo la pellicola provoca modificazioni chimiche nella sostanza sensibile (fotosensibile = sensibile alla luce, ovviamente) che è “spalmata” su di essa. Queste modificazioni diventano poi visibili a occhio nudo con lo “sviluppo” della pellicola (o lastra).

NOTA – da qui in poi parleremo sempre di pellicola (quindi di materiale sensibile alla luce e della sua modificazione chimica), ma tutto quello che diciamo vale nella stessa maniera per il moderno sensore delle fotocamere digitali.

Ovviamente, più luce raggiunge la superficie sensibile, maggiore è la modificazione chimica che provoca. Questo vale sia per la quantità di luce che arriva (in termini banali, se la luce è forte o debole), ma anche per la durata dell’illuminazione (se la luce arriva per poco o tanto tempo).

Possiamo infatti dire che la luce, semplificando al massimo il concetto, quando raggiunge la superficie sensibile si “somma” come l’acqua che cade in un recipiente.

Quindi, ricapitolando:

  • più la luce che arriva sulla pellicola è forte, maggiore è la modificazione chimica che provoca nel materiale sensibile
  • mano mano che la luce raggiunge la superficie sensibile provoca una modificazione chimica che prosegue fino a che arriva la luce

Ecco i due elementi che determinano quanto si modificherà chimicamente lo strato sensibile della pellicola:

  • forza della luce
  • durata dell’illuminazione

Abbiamo quindi definito i due parametri essenziali per capire i concetto di esposizione fotografica. Vediamo ora come funziona in pratica.

Come agisce l’esposizione fotografica

Per ottenere una immagine ben definita sulla pellicola abbiamo bisogno che avvenga una modificazione chimica dello strato sensibile adeguata per poter vedere sia le zone chiare e che quelle scure dell’immagine che stiamo fotografando.

Questo significa che sulla pellicola deve arrivare la quantità di luce giusta per vedere bene sia le parti scure che chiare dell’immagine. Se arriva:

  • meno luce
    vedremo le parti chiare, ma non quelle scure, che rimarranno nere (si dice sottoesposizione).
  • troppa luce
    vedremo bene le parti scure, ma quelle chiare saranno completamente sbiancate dalla totale trasformazione della sostanza chimica sensibile (si dice sovraesposizione).

Facciamo ora un paragone più terra terra: la cottura del pollo in forno. Se cuoce:

  • troppo, brucia
  • poco, resta semicrudo

In entrambi i casi non lo mangiate.

La cottura del pollo avviene con lo stesso principio dell’esposizione: accumulo di calore, che funziona come l’accumulo di luce per la pellicola. Per la cottura del pollo stabiliamo la temperatura del forno e la durata della cottura, ossia la quantità di luce che arriva sulla pellicola e la durata della sua illuminazione.

Quindi esporre correttamente significa permettere che sulla pellicola arrivi la giusta quantità di luce. Giusta vuol dire quella adeguata per fare in modo che sulla pellicola (con la modifica chimica della superficie sensibile) si formi una immagine della scena che stiamo fotografando dove siano adeguatamente visibili tanto le aree scure quanto quelle chiare.

Se la luce che facciamo arrivare non è adeguata avremo una immagine sottoesposta, ossia più scura del reale. Le zone scure diverranno nere, le zone chiare saranno leggibili ma innaturalmente scure, i bianchi saranno solo dei grigi.

Se invece facciamo arrivare troppa luce otterremo una immagine sovraesposta, ossia più chiara del reale. Le zone chiare saranno totalmente bianche e prive di qualsiasi dettaglio, le zone scure molto più chiare del reale e slavate nei colori, i neri saranno diventati dei grigi.

 

 

Come esporre correttamente

Sin qui ci siamo riferiti alla vecchia pellicola, ma ovviamente, come detto in apertura, il moderno sensore delle fotocamere digitali lavora nello stesso modo e per esso vale lo stesso principio dell’esposizione visto fin qui.

Quello che cambia è solo il modo in cui viene registrata la luce: non più attraverso una modificazione chimica dello strato sensibile (resa poi visibile dallo sviluppo) come avveniva nella pellicola, ma attraverso elementi elettronici sensibili alla luce detti pixel che sono raccolti a griglia sul sensore e che trasformano l’intensità della luce che li colpisce in un valore numerico.

NOTA – Per comodità da qui in poi usiamo il sensore come riferimento, ma solo per non scrivere ogni volta “sensore o pellicola che sia”.

Per ottenere una foto correttamente esposta dobbiamo quindi regolare la quantità totale di luce che arriva sul sensore.

Diciamo quantità totale di luce perchè abbiamo spiegato prima che la luce si “somma” sul sensore, per cui la quantità totale è data dall’intensità della luce per la durata dell’illuminazione.

Tornando all’esempio del pollo al forno, la giusta cottura dipende dalla temperatura del forno e dal tempo di cottura. Possiamo avere temperatura alta e cottura rapida, o temperatura bassa e cottura lunga. Ma sempre un pollo ben cotto otterremo. La temperatura del forno viene regolata dal rubinetto del gas, la durata semplicemente dai minuti di cottura.

Questo già ci fa capire che abbiamo due modi per variare la quantità totale di luce.

  • quanta luce far arrivare sulla pellicola sensore
  • per quanto tempo farcela arrivare

Siccome la luce arriva al sensore dal mondo reale, dalla scena che stiamo fotografando, capire subito che non possiamo ridurre quella luce. Quindi dobbiamo avere un qualche meccanismo, posto tra la scena reale che stiamo fotografando (e che è la sorgente della luce) e il sensore, che ci permetta di regolare la luce come un rubinetto regola la quantità di gas che alimenta il forno.

Questo strumento si chiama diaframma ed agisce come un “rubinetto della luce”. Con esso possiamo stabilire quanta luce arriva sul sensore.

Poi abbiamo il selettore dei tempi di scatto, che ci permette di stabilire per quanto tempo debba essere illuminato il sensore.

Abbiamo tutto.

Con il diaframma regoliamo la quantità di luce che arriva, con il selettore dei tempi stabiliamo per quanto tempo debba arrivare sul sensore. Cosa ci manca?

Come facciamo a sapere la quantità totale di luce necessaria?

Semplice.

La fotocamera ha uno strumento interno che legge e misura la luce, chiamato esposimetro, che serve appunto a farci capire quando abbiamo raggiunto la giusta combinazione di tempo e diaframma adeguata per ottenere una corretta esposizione.

Ora sapete come che signifca esporre una foto.